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UNI EN 806: come mettere in pressione (a regola d’arte) un impianto idraulico sanitario

Dalla pressione di prova alle pompe da utilizzare, fino ai controlli su tubazioni, raccordi e sicurezza: ecco come mettere in pressione un impianto idraulico sanitario secondo i criteri della UNI EN 806.

UNI EN 806: come mettere in pressione (a regola d'arte) un impianto idraulico sanitario
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Chi cerca informazioni su come mettere in pressione un impianto idraulico sanitario ha quasi sempre un’esigenza molto concreta: capire con quale pressione eseguire il test, quali strumenti utilizzare e come verificare la tenuta dell’impianto prima della messa in esercizio. In questo contesto, il riferimento tecnico più importante è la UNI EN 806, la norma che disciplina la progettazione, l’installazione, il collaudo, l’esercizio e la manutenzione degli impianti interni per il convogliamento di acqua destinata al consumo umano.

Dalla pressione di prova alle pompe da utilizzare, fino ai controlli su tubazioni, raccordi e sicurezza: ecco come mettere in pressione un impianto idraulico sanitario secondo i criteri della UNI EN 806.

La norma UNI EN 806non si limita a fornire indicazioni generali sugli impianti idrici domestici, ma definisce anche il quadro tecnico entro cui deve essere eseguita la prova di pressione dell’impianto idraulico sanitario. Proprio per questo, quando si affronta il tema della messa in pressione, non basta sapere che “l’impianto va provato”: bisogna capire a quale valore, con quale procedura e con quali precauzioni.

A cosa serve mettere in pressione un impianto idraulico sanitario

Mettere in pressione un impianto idraulico sanitario significa sottoporlo a una verifica di tenuta prima della messa in servizio definitiva. L’obiettivo è controllare che tubazioni, raccordi, giunzioni e componenti vari non presentino perdite, difetti di posa o criticità che potrebbero emergere solo durante il normale esercizio.

Dal punto di vista tecnico, questa fase è essenziale perché consente di intercettare microperdite, errori di assemblaggio, connessioni non perfettamente serrate o incompatibilità tra materiali. Un impianto che non viene collaudato correttamente può infatti sembrare funzionante in condizioni ordinarie, ma rivelare problemi non appena la rete lavora alla pressione prevista dal progetto.

La UNI EN 806 richiama una logica precisa: la rete deve garantire nel tempo corretti livelli di pressione, portata, qualità dell’acqua e sicurezza igienico-sanitaria. La prova di pressione è quindi uno dei passaggi che consentono di verificare, già in cantiere, se l’impianto ha i requisiti minimi per funzionare in modo affidabile.

Qual è la pressione corretta per testare un impianto sanitario

Uno dei dubbi più frequenti riguarda la pressione ottimale per mettere in pressione un impianto idraulico sanitario. Il criterio tecnico di riferimento è che la pressione di prova non deve essere inferiore a 1,5 volte la pressione massima di esercizio ammissibile dell’impianto.

Questo significa, in termini pratici, che se l’impianto è progettato per lavorare normalmente a 3 bar, il test dovrebbe essere eseguito almeno a 4,5 bar. Se invece la pressione massima di esercizio prevista è di 5 bar, la prova dovrebbe arrivare almeno a 7,5 bar. In alcune prassi di collaudo si adottano anche valori leggermente superiori, con un margine più prudenziale, ma il principio corretto resta sempre lo stesso: la pressione di prova deve essere commisurata al progetto e alla resistenza reale dei componenti installati.

Per questo motivo non esiste un valore universale valido per ogni impianto. Dire genericamente che un impianto sanitario va provato “a 6 bar” può avere un senso solo empirico, ma non sostituisce il criterio normativo. La pressione di collaudo deve essere definita in base alla pressione massima di esercizio, ai materiali utilizzati, al tipo di impianto e alle apparecchiature presenti.

Perché la sola pressione della rete non basta

Un errore piuttosto comune consiste nel pensare che sia sufficiente sfruttare la normale pressione della rete idrica per verificare l’impianto. In realtà, la pressione disponibile dalla rete, spesso compresa tra 2 e 4 bar, può andare bene per una verifica preliminare, ma non è sempre sufficiente per un vero collaudo.

A valori troppo bassi, infatti, alcune perdite possono non manifestarsi. Raccordi apparentemente stabili possono iniziare a trasudare solo quando il circuito raggiunge la reale pressione di prova. Lo stesso vale per piccoli difetti di posa o per giunzioni che lavorano male sotto sollecitazione. Per questo, quando si vuole mettere davvero in pressione un impianto idraulico sanitario, la prova deve essere eseguita con strumenti adeguati e con un valore coerente con il progetto.

Quali pompe usare per la prova di pressione

Per mettere in pressione correttamente un impianto idraulico sanitario si usano pompe di prova dedicate. Possono essere manuali oppure elettriche, ma la distinzione più importante non è commerciale: conta che lo strumento sia in grado di portare l’impianto alla pressione richiesta in modo graduale, controllato e stabile.

Una pompa per il test di pressione deve essere dotata di manometro di precisione, per leggere correttamente il valore raggiunto, e di valvola di non ritorno, per evitare riflussi che falserebbero la prova. Senza questi elementi, il controllo diventa poco affidabile, perché non è possibile distinguere con chiarezza un eventuale calo reale di pressione da un comportamento anomalo dello strumento o del circuito di prova.

La scelta tra pompa manuale ed elettrica dipende in genere dall’estensione dell’impianto, dalla rapidità operativa richiesta e dal contesto di cantiere. Dal punto di vista tecnico, però, entrambe devono garantire le stesse condizioni: precisione nella lettura, stabilità della pressione e possibilità di aumentarla senza brusche sollecitazioni.

Come mettere in pressione un impianto idraulico sanitario: procedura corretta

La procedura corretta parte dal riempimento completo dell’impianto con acqua. Prima di aumentare la pressione, è indispensabile eliminare l’aria presente nelle tubazioni. Le sacche d’aria possono infatti alterare il test, rendere instabili le letture del manometro e introdurre margini di errore nell’interpretazione della prova.

Una volta saturato il circuito, si procede con un aumento progressivo della pressione fino al valore previsto dal collaudo. Questo passaggio deve essere eseguito senza strappi, evitando incrementi bruschi che potrebbero generare colpi d’ariete o sollecitazioni anomale sui raccordi e sulle tubazioni.

Raggiunta la pressione di prova, l’impianto deve essere mantenuto in pressione per un intervallo adeguato, durante il quale si osserva il comportamento del manometro e si controllano visivamente i punti più delicati della rete. In questa fase l’attenzione deve concentrarsi soprattutto su giunti, raccordi, cambi di direzione, derivazioni e punti di connessione tra materiali differenti.

Se si verifica un calo di pressione, il dato va interpretato con attenzione. Può trattarsi di una perdita reale, ma anche di un assestamento dei materiali o di una variazione legata alla temperatura dell’acqua. Proprio per questo, la lettura del manometro non dovrebbe mai essere considerata isolatamente: deve essere accompagnata da una verifica tecnica e visiva dell’impianto.

Errori da evitare durante la messa in pressione

Uno degli errori più frequenti è eseguire la prova con l’aria ancora presente nelle linee. Un altro è utilizzare la sola pressione della rete come se fosse sufficiente per un collaudo completo. Anche aumentare la pressione troppo rapidamente è una pratica scorretta, perché sottopone l’impianto a stress non coerenti con una prova controllata.

Va evitato anche il test condotto senza aver prima verificato la compatibilità dei componenti con la pressione di prova. Tutti gli elementi installati devono essere in grado di sopportare il valore di collaudo senza subire danni. Eventuali apparecchiature sensibili devono essere escluse o adeguatamente protette prima della prova.

Inoltre, l’uso di aria compressa è in genere sconsigliato per la verifica di tenuta di un impianto idraulico sanitario, salvo condizioni strettamente controllate e procedure specifiche. L’acqua resta il fluido di prova preferibile perché, a differenza dei gas, accumula molta meno energia e riduce i rischi in caso di rottura o cedimento improvviso.

Cosa prevede la UNI EN 806 oltre alla prova di pressione

Sebbene il tema della ricerca sia soprattutto la messa in pressione dell’impianto sanitario, la UNI EN 806 ha un campo molto più ampio. La norma definisce i criteri generali per realizzare impianti che siano sicuri, durevoli, ispezionabili e coerenti con la tutela della qualità dell’acqua potabile.

La progettazione deve evitare contaminazioni, ristagni, basse portate, eccessi di velocità del fluido, rumorosità e collegamenti incrociati. L’impianto deve essere organizzato in modo da garantire facilità di intercettazione, drenaggio e manutenzione. Ogni scelta progettuale deve quindi contribuire non solo al corretto funzionamento idraulico, ma anche alla sicurezza sanitaria e alla gestione nel tempo.

Materiali, durata e compatibilità dei componenti

La norma richiede che tubi e giunti siano progettati per una vita utile indicativa di 50 anni, tenendo conto delle condizioni di esercizio e della manutenzione prevista. Nella scelta dei materiali vanno considerati resistenza alla pressione, alla temperatura, alla corrosione, alla fatica, all’invecchiamento e ai fenomeni di permeazione, oltre alla compatibilità con la qualità dell’acqua.

Resta fermo il divieto di utilizzare tubi e raccordi in piombo. Per il resto, possono essere impiegati materiali metallici e plastici in funzione delle caratteristiche dell’impianto e delle prestazioni richieste. Nei sistemi di acqua calda, ad esempio, trovano applicazione materiali come PE-X, polipropilene, PVC-C, polibutilene e multistrato.

Tubazioni, intercettazioni e accessibilità

La UNI EN 806 attribuisce grande importanza anche alla configurazione delle tubazioni all’interno degli edifici. Le linee di adduzione e distribuzione devono poter essere intercettate e drenate. Ogni tratto che serve un locale o una singola utenza deve poter essere chiuso senza interrompere l’alimentazione agli altri ambienti.

Per questo servono valvole di arresto accessibili e correttamente posizionate. Dove possibile, la norma favorisce soluzioni installative che rendano l’impianto ispezionabile, perché molti problemi nascono non tanto da un errore di calcolo, quanto dall’impossibilità di intervenire rapidamente su una linea nascosta o poco accessibile.

Temperature dell’acqua e prevenzione del rischio microbiologico

La norma richiama anche valori importanti sul piano termico. I componenti devono poter resistere, in condizioni di guasto, a temperature fino a 95 °C. Nei punti di erogazione, dopo 30 secondi dall’apertura completa, l’acqua fredda non dovrebbe superare i 25 °C, mentre nei sistemi centralizzati l’acqua calda non dovrebbe scendere sotto i 60 °C.

La possibilità di portare la temperatura fino a 70 °C ai terminali per operazioni di disinfezione è direttamente collegata alla prevenzione della Legionella e più in generale alla gestione del rischio microbiologico nelle reti interne.

Manutenzione e protezione contro il riflusso

Un impianto correttamente progettato e collaudato non resta automaticamente sicuro nel tempo. La manutenzione è parte integrante della logica della UNI EN 806. Le valvole di arresto e di servizio devono essere azionate periodicamente, i dispositivi di sicurezza devono essere controllati e le parti soggette a usura devono essere sostituite quando necessario.

Un punto essenziale riguarda la protezione contro il riflusso. I collegamenti di apparecchi come lavatrici e lavastoviglie devono essere adeguatamente protetti, e le valvole antivuoto o le aperture di ingresso aria non devono essere ostruite né esposte a contaminazione. Anche i tratti di impianto usati raramente devono essere flussati con regolarità per evitare ristagni e decadimento della qualità dell’acqua.

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